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Complicato non rendere noiosa questa parte, ma ci proverò.

Perché, diciamoci la verità, raccontare la nostra storia spesso ci piace, ma ascoltare quelle degli altri… è tutta un’altra faccenda.

A meno che non contenga qualcosa di eccezionale e qui, come dicevo, di introvabile altrove c’è poco.

Andiamo al sodo.

La mia è stata un’infanzia fortunata. Ho potuto testarmi in ogni sport e disciplina possibile: danza (ma non mi riusciva “la rana”; la mia plasticità è tutt’ora proverbiale), pallavolo (saltare leggiadramente non era proprio esattamente un mio punto di forza), pattinaggio di velocità (con mediocre successo), judo (parentesi che preferisco non approfondire per dignità), pianoforte. Ecco questo sì mi appassionava.

Mi piaceva il senso di causa-effetto. La sensazione di avere un mondo di possibilità sotto alle manine.

L’esercizio costante non era però esattamente nelle mie corde. Sono sempre stata impaziente. Volevo risultati subito. Il resto era noia. Che poi, a 4 anni non era così fuori schema. Negli anni a seguire di più, ma amen. Ho imparato (un po’) a gestirmi.

Ho continuato lo studio del pianoforte fino ai 16 anni e qui tipicamente scatta il “oooh, ma allora lo sai suonare bene!”

No.

Prima digressione esplicativa: suonare pianoforte classico per 12 anni, attenendosi ad uno spartito, non implica saper domare lo strumento.

La verità?! Se mi chiedeste di suonare la più banale delle canzoni da spiaggia non saprei da che parte prendere. Panico. Ansia. Fingerei uno svenimento che Hollywood spostati.

Tornando ai miei 16 anni, è lì che capisco che dal pianoforte non tirerò fuori una carriera, ma pensare di abbandonare la musica mi affligge. Che fare?!

Il fato mi viene in soccorso: un giorno, sentendomi urlare in corridoio nella scuola di musica (avevano annullato la lezione di teoria, la gioia incontenibile era automatica), un’insegnante di canto mi chiama nella sua aula. Già prevedevo il cazziatone con tanto di sovracuti e invece: “Ma perché non provi a cantare, ci hai mai pensato?”

In realtà no, non ci avevo pensato. Però: perché non provare?

Prima lezione. Io entro sicura e gongolante. L’aurea di austerità che mi circonda non mi scalfisce.

“Cosa vorresti cantare”, mi chiede.

Raccolgo il fiato, accendo gli occhi e tutta tronfia rispondo: “Pop!”

Sguardo di disappunto ed irritazione. Breve pausa interlocutoria e poi, con tutta l’aria di sufficienza possibile, il verdetto: “Vabbè, prova con Memories”.

Prima lezione di vita sul canto: se hai di fronte un’insegnante di lirica, proporre di cantare un brano Pop, con massima probabilità, non ti metterà in buona luce.

Era il 1988 e scuole di canto pop non ne esistevano (quantomeno a Padova) per cui ok: Let’s start singing Opera.

Oltre ad essere impaziente sono pure caparbia. Nel 1991 entro in Conservatorio. Dopo 4 anni, al termine dell’università, diventa evidente, per la seconda volta, che anche il canto lirico non mi aiuterà a costruire una carriera.

Lascio.

PAUSA

19 anni senza musica.
Sullo sfondo una laurea, inizio del lavoro nel mondo della comunicazione, incontro con l’uomo della mia vita, varie ed eventuali.

Agosto 2014.

Apro la posta e trovo un volantino, sommerso da chili di altri fogli che raccontano di telefoni regalati e menu di pizzeria. È piccolo rispetto agli altri e forse m’incuriosisce proprio per quello.

Lo leggo: sta per aprire una nuova scuola di musica a pochi passi da casa mia.

Rientro in casa e, quasi per scherzare, dico a mio marito, sventolando il foglietto: “Se non lo faccio ora, non lo faccio mai più”.

Non so cosa potesse aver visto o letto lui da quella distanza, ma fatto sta che mi guarda (probabilmente solo per assecondare quel senso di irsuta sfida che percepiva in me) e replica: “Devi farlo”.

Non lo ringrazierò mai abbastanza per quelle due parole (e per tanto altro, ma quella è un’altra storia).

Addetti del settore comunicazione: se pensate che il marketing tradizionale sia morto e defunto, ricredetevi.

A tutti quelli che imprecano svuotando la cassetta della posta piena di volantini: pensate che uno potrebbe cambiarvi la vita. Magari è raro, ma a me è successo.

26 Agosto 2014. Mando quel messaggio, via Facebook. Rileggendolo ora provo tenerezza. Per me, per le mie parole, per tutte quelle cose che allora non sapevo ed avrei imparato negli anni a venire.

Ma l’ho salvato e ogni tanto lo riguardo. Perché è un memento: non esistono barriere; le uniche che incontriamo le mettiamo noi.

Ma di questo parleremo domani.

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